Max Mandel. Diario di viaggio
Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Biblioteca centrale
8 aprile – 8 luglio 2025
Mostra a cura di Paolo e Giovanni Gazzaneo
La realtà può essere molte cose nello stesso momento. Basta saperla guardare nel segno della meraviglia: un percorso a cui invita la mostra “Max Mandel. Diario di viaggio” a cura di Paolo e Giovanni Gazzaneo. Mandel (Milano, 1959) espone 20 fotografie a Milano, presso la Biblioteca centrale dell’Università Cattolica, dall’8 aprile all’8 luglio 2026.
Henri Cartier-Bresson scriveva nel 1990: «È scoprire un mondo nuovo, e un’arte di tutto rispetto, il vedere questa realtà dettagliata cólta da Max Mandel, e accorgersi che è un’opera d’arte assoluta, e al tempo stesso una particella autentica della nostra vita quotidiana. Questa è la grande Arte, questo è il dono rarissimo».
Nelle sue fotografie Max Mandel si sofferma spesso sui particolari, anche minimi. Trasparenze, riflessi, giochi di luce e ombra trasfigurano scene e oggetti di uso quotidiano in immagini quasi astratte… In questa sua personalissima poetica del quotidiano apre orizzonti: il suo sguardo che si posa sulle piccole cose ci fa vedere ciò a cui non badiamo o che semplicemente ci sfugge e così dà dignità agli oggetti, ma anche al tempo, del nostro vivere quotidiano. Lo sguardo di Max Mandel sa cogliere con eguale forza la bellezza della grande opera d’arte come del riflesso in una pozza d’acqua, ma in questo suo prediligere il dettaglio tesse, immagine per immagine, un mosaico nel segno della speranza.
«Lo sguardo di Mandel – scrive Giovanni Gazzaneo – è mosso dalla passione della bellezza del quotidiano. Capace di coniugare sapere e vedere, vuole offrirci della realtà non la superficie, che per quanto abbagliante è pur sempre scorza, ma l’essenza, la sua poesia più intima, quello spirito vitale che lieve o potente soffia in tutto il Creato, in tutte le creature e in tutto quel che l’uomo sa e ha saputo generare».
Biografia
Max Mandel è nato a Milano il 3 ottobre 1959.
Fotografo e ricercatore iconografico, la sua attività professionale si focalizza principalmente sulla ripresa e documentazione di opere d’arte, contesti urbani e architettonici, paesaggi. Nel corso della sua attività ha compiuto numerosi viaggi in Europa, Asia e Americhe. Dal 1988 al 2005 ha curato la documentazione fotografica delle campagne di scavo in Giordania dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, dirette da padre Michele Piccirillo. Impegnato nella divulgazione della storia della fotografia, si occupa con particolare riguardo del periodo della sua nascita e dei primi sviluppi nel XIX secolo. Alle fotografie di documentazione affianca quelle di carattere artistico. La sua ricerca percorre più strade, confluite nelle raccolte: Sguardi di luce, Appunti di Viaggio, L’altra metà del lavoro, Il Tigri e l’Eufrate, Viaggio in Italia, Ritagli di tempo, Decoupage, Cartoline da Street View. Le sue fotografie figurano in numerosi volumi e pubblicazioni di case editrici italiane ed estere.
Fra le esposizioni citiamo:
1986: Museo d’Arte Moderna, Konya (Turchia); Biblioteca Comunale, Martina Franca. 1987: Il Torchio di Porta Romana, Milano. 1988: Fondazione Tridente, Bari. 1989: Albergo dei Cavalieri, Milano. 1993: Villa Pasole, Feltre; Accademia Dino Scalabrino, Montecatini. 1996: Consolato Generale degli Stati Uniti d’America, Milano. 2001: Biblioteca d’Arte del Castello Sforzesco, Milano; Rocca Brivio, Casalpusterlengo. 2004: Palazzo Cusano, Cusano Milanino; Zoom International Photographic Exibition, Tokio e Atami, Giappone. 2005: Museo Nazionale di Fotografia, Brescia. 2006: Circolo Fotografico, Pieve di Ledro; Associazione Culturale Sator, Milano. 2007: Caffè letterario Assenzio, Rimini; Casa del Custode delle Acque, Vaprio d’Adda. 2008: Università Selgiuchide, Konya; Museo di Mevlana, Konya; Sala del Podestà, Rimini; Ambasciata d’Italia, Kabul, Afghanistan. 2014: Galleria d’Arte della Camera di Commercio, Chieti. 2015: Villa Camperio, Villasanta. 2018: Ocra, Montalcino. 2024, Polo culturale Le Clarisse e Museo Archeologico, Grosseto. 2025: Palazzo Lombardia, Spazio Isola Set, Milano.
Max Mandel. Dario di viaggio
Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Biblioteca centrale
8 aprile – 8 luglio 2025
Mostra a cura di Paolo e Giovanni Gazzaneo
Il progetto della mostra è di Fondazione Crocevia
Orari:
da lunedì a venerdì 8.00 – 20.00
sabato 9.00 – 18.00
Per informazioni:
www.unicatt.it
www.fondazionecrocevia.it
MAX MANDEL, ESTRATTI DAI TESTI CRITICI
Henri Cartier-Bresson, 1990
Maximilien Mandel c’est un œil: il sait voir. J’ai été toujours fasciné par la réalité absolue, ce respect pour la vérité quotidienne qui ne peut nous être donnée que par le Réalisme. C’est découvrir un monde nouveau, et un art de tout respect, que de voir cette réalité détaillée saisie par Maximilien Mandel, et de s’apercevoir qu’elle est une œuvre d’art absolue, tout en étant une parcelle authentique de notre vie quotidienne. C’est ça le grand Art, c’est ça le don rarissime.
Max Mandel è un occhio: sa vedere. Sono stato sempre affascinato dalla realtà assoluta, questo rispetto per la verità quotidiana che solo il Realismo ci può dare.
È scoprire un mondo nuovo, e un’arte di tutto rispetto, il vedere questa realtà dettagliata cólta da Max Mandel, e accorgersi che è un’opera d’arte assoluta, e al tempo stesso una particella autentica della nostra vita quotidiana. Questa è la grande Arte, questo è il dono rarissimo.
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Giovanni Gazzaneo
Lo sguardo di Max Mandel è mosso dalla passione della bellezza del quotidiano. Capace di coniugare sapere e vedere, vuole offrirci della realtà, non la superficie – che per quanto abbagliante è pur sempre scorza – ma l’essenza, la sua poesia più intima. Quella poesia che anima il bambino e lo fa gioire del mondo nuovo (eppure sempre uguale) che ogni giorno si schiude ai suoi occhi. Lo stesso mondo che noi adulti riduciamo a routine. Le immagini di Appunti di viaggio nascono dalla libertà dello sguardo, quella libertà che non si fa imprigionare nella rassegnazione degli schemi, del già visto, ma si lascia sorprendere per aprirsi allo stupore. Mandel riesce a cogliere la trama della realtà, il suo essere complessa e sfaccettata, e la riporta a unità essenziale proprio nel frammento, dove gli elementi non si perdono, non vengono negati, ma trovano la loro forma più vera. Nel fascino assoluto della sinfonia di colori, nelle ombre in movimento, nelle prospettive inattese, nel gioco dei volumi si intravede la gioia del fanciullo e insieme la virtù del cercatore: essere vigile.
Laura Leonelli
Diceva Walker Evans che «una buona fotografia non ha pretese». Verbo difficile, pretendere. Pretendere giustizia, certo, nobilissimo, ma poi c’è la pretesa, volere avere ragione a tutti costi, imporsi. E allora è gesto e parola scomposta, persino sguardo scomposto. Rumore inutile. Come le immagini di Walker Evans, anche le immagini di Max Mandel non pretendono, non alzano la voce, ma con garbo indicano un cammino a noi che le ammiriamo. Il cammino che suggerisce questo autore così sensibile, così discreto anche quando i colori squillano, è un attraversamento, non un semplice guardare attraverso gli schermi, i filtri, le materie, le opacità del quotidiano, cercando di rimuoverle come ostacoli fastidiosi, ma al contrario, umanamente, umilmente, comprendendo nell’immagine quelle stesse materie opache, traslucide, deformanti, riflettenti.
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Edoardo Milesi
Un racconto continuo in questa sua personale, quasi un diario dove i dettagli sono sempre complessi, gli spazi sempre luoghi, i ritratti paesaggi interiori. Gli oggetti sono appunti di un viaggio che si compie col cuore più che con la mente. Ed è col cuore che Max ha viaggiato in questi anni, viaggi in giro per il mondo tra architetture, archeologie, paesaggi naturali e antropizzati, e poi nel mondo dell’arte, sempre con una grande onestà, un rispetto per quello che rimarrà nella sua Nikon, che siano uomini o cose, alberi o mestieri, perché si può essere virtuosi – e lui lo è –, ma virtuosi e leali sono due doti difficili da trovare assieme.
Ecco, se dovessi definire le sue fotografie le definirei prima di tutto oneste, belle perché leali e profonde.
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Arnoldo Mosca Mondadori
L’arte di Max Mandel nasce dal mistero, un mistero che sempre, all’improvviso, si sprigiona in un sorriso stupendo.
È come se nella sua arte tutto potesse perdersi, perché Mandel non trattiene nulla. Le cose appaiono, i loro tratti si compongono, ma mai neppure per un istante Mandel mette prima se stesso. È come se un istante prima di fotografare lui sparisse.
Ecco allora che le forme, anche le più perfette, portano in loro un equilibrio di bellezza, un suono, e sempre un indecifrabile colore.
Davvero l’arte può essere così intimamente unita all’anima di un artista, che il suo sorriso e il suo stupore continuano a vivere anche quando l’immagine sembra essere stata scattata. Ma niente invece è stato immortalato.
L’arte di Max Mandel scorre come acqua piena di limpidezza.
L’arte di Max Mandel è un incontro con il mistero della vita e della morte e della speranza.
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Guido Oldani
Quando guardo le opere iconografiche di Max Mandel, mi balza subito un’osservazione che diventa poi una dichiarazione di poetica. Le sue immagini sono spesso la rappresentazione di un confine, di più confini magari convergenti in un punto. Qualcosa come le proiezioni ortogonali o le assonometrie, ma in una liberalità che approda a un raccoglimento. I colori sono miti, tenui, quasi sussurrati, per far capire che i significati non hanno bisogno del clamore, perché una virgola è più importante di un intero sisma. Se di cannocchiale si tratta, quello usato da Mandel è rovesciato, per allontanare la visione in modo da renderla complessiva. Ma è nei pressi di questa complessività che Mandel la lascia da parte, sicuro che il dettaglio è evocativo almeno quanto il tutto. Ecco allora che un’antologia delle sue fotografie, non è altro che la confidenza dell’interezza. È lì che si scova la ragione dell’emozione intrinseca a questo lavoro poetico
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Marco Roncalli
Sono convinto che i risultati del lavoro di Max Mandel sappiano riflettere una singolare capacità evocativa di significati come civiltà, fede, bellezza, che rimandano all’uomo, anche quando si tratta di immagini di pietre oppure oggetti, o che rimandano a percorsi di ricerca interiore, anche se in apparenza mostrano orizzonti e distese. Ma sono altrettanto consapevole che l’occhio di Max può accompagnarci a scoprire ciò che è o potrebbe essere “altro” da ciò che appare, ad andare oltre la superficie, rivelando, tramutando, trasfigurando con un click che è solo l’ultimo istante di una riflessione.
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Santo Versace
L’amore è tutto, è l’espressione massima della nostra vita. Quando non c’è amore, non incontri amore, non vivi con amore, la vita è vuota. Trovo nelle foto di Max Mandel soprattutto amore, amore per le persone che incontra, amore per i luoghi che vede, amore per le cose del quotidiano che accoglie così come si offrono, senza creare un set, ma in tutta la loro naturalità. Il suo è davvero uno “sguardo innamorato, un abbraccio gentile”. Ecco perché penso che Mandel sia un fotografo straordinario. L’amore è il senso della vita. E la sua fotografia è davvero ricca di significato […]
La bellezza vera, quella che chiamerei “naturale”, che è la bellezza ricercata da Mandel, è pura libertà, non ha altro scopo che la bellezza stessa, per quanto colta nella quotidianità, nelle cose apparentemente insignificanti. Di fronte alla finzione della moda la bellezza che Mandel persegue è quella della verità: le sue foto sono un racconto di verità. E le stesse foto artistiche sono cariche di realtà perché anche quando non nascono in strada, vengono comunque dalla strada, sono frutto di un cammino vero.
Le donne che raffigura ne L’altra metà del lavoro non hanno nulla a che fare con le modelle. Guardando questo racconto del genio femminile attraverso i ritratti, dove l’umanità traspare con forza, non ho potuto non pensare a mia madre, a cui nonostante la viva intelligenza non è stato permesso di proseguire gli studi oltre la licenza di quinta elementare. Ha cresciuto i suoi figli con un amore che non conosceva misura, e con il suo lavoro apprezzatissimo di sarta ha dato da vivere alla sua famiglia […]
La fotografia ha a che fare con la verità ma la verità è qualcosa di più grande. Dalle foto di Mandel si intuisce che, se c’è una grandezza nelle cose minime, c’è una grandezza infinita che abita il cuore degli uomini e il Creato tutto. Ma quella verità ci abita eppure ci supera. È la Verità di cui mi sono innamorato.
——
Stefano Zuffi
Semplicemente, Mandel usa il microscopio del cuore e apre l’obiettivo della mente. Le sue immagini possono evocare la poesia liofilizzata e rarefatta di un haiku giapponese o la vibrazione impressionista di un’acqua increspata di Monet; portare alla mente gli idilli leopardiani, alla ricerca dolcissima e insieme quasi disperata di un accordo universale con la natura; o anche tradurre in immagini attuali le intuizioni “quasi astratte” pittoriche di De Staël o un reticolo di segni che si intrecciano come in un dripping di Pollock. Però, tracciare un diagramma geografico “orizzontale” dei possibili riferimenti visivi fa torto alla forza “verticale” degli scatti di Max Mandel, alla loro singola, individuale intensità: una varietà di forme, di accenni, di atmosfere che si fondono lievemente in giorgioneschi accordi di luce-colore. Sempre con quel tono stupito e grato di chi si trova, quasi per caso o per fortuna, di fronte a una scheggia preziosa e fragile dell’immensa bellezza del mondo.
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Nel tuo sguardo
viandante
di Davide Rondoni
Il protagonismo
è delle intersezioni, la foto
non celebra nessuno, nessuno
è al centro, tutto
partecipa all’antecedente
visione del creato – e ora
sfocata o marginale
si rivela si vela fa vela
nel tuo sguardo viandante
o forse pellegrino
sapendo o forse supplicando
o già sperimentando
che la visione non svanisce
ma aumenta, passo
dopo passo, e in ogni cosa
tenta, domanda, sospira
fino a che diventano uno
il fuoco e chi ne cerca i prodigi
la luce e chi l’ammira
Max Mandel. Diario di viaggio Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Biblioteca centrale 8 aprile - 8 luglio 2025 Mostra a...





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